La mostra “Varchi di fuga” di Virginio Vona raccontata da Francesco M. Fabrocile

La mostra “Varchi di fuga” di Virginio Vona raccontata da Francesco M. Fabrocile

La mostra “Varchi di fuga” di Virginio Vona a cura di Luca Raffaelli, Galleria Tricromia, via della Barchetta 13 – Roma. Fino al 20 novembre. https://www.tricromia.com/

Un artista che non è il solito figlio d’arte: uno che l’arte se l’è conquistata, costruendo se stesso pietra su pietra (attraversando anche la disoccupazione e l’emigrazione). Virginio Vona ha un proprio stile e una propria visione estetica del mondo. Romano di nascita e de core, vive e lavora a Parigi. Prima decoratore, poi fumettista, e quindi artista con le sue vedute futuristiche di metropoli non troppo ‘immaginarie’, se stigmatizzano così bene il nostro immaginario occidentale.
La mostra “Varchi di fuga”, ospitata dalla galleria romana dell’illustrazione per eccellenza, Tricromia, e curata da Luca Raffaelli fa esattamente il punto sul molteplice lavoro di Vona. In mostra è tutto il suo mondo estetico: i suoi temi, i suoi personaggi, le sue visioni e il suo inarrestabile anelito di libertà.
Sono città postmoderne e regressive, tra ipercinesi da palpitazione e recuperati design rétro: territori di massa e controllo, in cui predominano due colori di imprescindibile carica simbolica, il rosso e il nero. Non è un caso. Sono i colori che hanno fatto le ideologie novecentesche.
Se rosso e nero si fondono in un ordine superiore e totalitario, omologante e decerebrato, come nella serie dei suoi fumetti di Fénice (per ora edita solo in Francia e Belgio), allora danno vita a un segno runico che campeggia su metropolitane, grattacieli, taxi, lattine alimentari e in ogni altro inaspettato interstizio dove potrebbe rifugiarsi un pensiero di libertà o un “varco di fuga” (Fénice è il supereroe giustiziere che con pochissimi amici fidati vendica i soprusi del Potere e della sua orrenda umanoide sbirraglia, conserva aperta la speranza, il “varco”).
Se rosso e nero escono dalla narrazione visionaria del fumetto, allora diventano materia stessa di visionarietà, cifre stilistiche per rappresentare gli oggetti del repertorio artistico di Vona. Angoli di vie infinite a prospettiva multifocale, architetture spaziali, metropolitane lanciate a pressioni idrauliche: su tutto, una densità atmosferica graffiante, come se ci fosse sempre bufera. Nell’attrito caotico tra atmosfera e materia Vona ritaglia lo studio della forma, la ricerca della geometria pura: «osserva i suprematisti russi – spiega Vona – studia Malevic, sta tutto già lì».
Non proprio tutto. Ci sono linee e temi che impongono altri registri: la figura femminile è un universo a sé, se non «il centro dell’universo», dice Vona, anche di quel devastato universo rappresentato nelle vedute-visioni dell’artista. La mostra si apre infatti con un immensa Maternità cibernetica. La forma, e le forme: stavolta non geometria, ma flusso. Forma umana, curva, piegabile fino al de-forme. Accanto alla produzione artistica Vona associa «uno studio continuo»: copie su copie di Velàsquez. Non a caso. Lo faceva anche Bacon. Forma che si de-forma. Sempre alla ricerca di un varco, di una via, di nuova creazione.

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